domenica 6 settembre 2009

E così vorresti fare lo scrittore?

"E così vorresti fare lo scrittore?" di Charles "Hank" Bukowski

Se non ti esplode dentro
a dispetto di tutto,
non farlo.
a meno che non ti venga dritto dal cuore e dalla mente e dalla bocca
e dalle viscere,
non farlo.
se devi startene seduto per ore
a fissare lo schermo del computer
o curvo sullamacchina da scrivere
alla ricerca delle parole,
non farlo.
se lo fai solo per soldi o perfama,
non farlo.
se lo fai perché vuoidelle donne nel letto,
non farlo.
se devi startene lì ascrivere e riscrivere,
non farlo.
se è già una fatica il solo pensiero di farlo,
non farlo.
se stai cercando di scrivere come qualcun altro,
lascia perdere.
se devi aspettare che ti esca come un
ruggito,
allora aspetta pazientemente.
se non ti esce mai come un ruggito,
fai qualcos'altro.
se prima devi leggerlo a tua moglie
o alla tua ragazza o al tuo ragazzo
o ai tuoi genitori o comunque a qualcuno,
non sei pronto.
non essere come tanti scrittori,
non essere come tutte quelle migliaia di persone che si definiscono scrittori,
non essere monotono o noioso, non farti consumare dall'autocompiacimento.
le biblioteche del mondo hanno
sbadigliato
fino ad addormentarsiper tipi come te.
non aggiungerti a loro.
non farlo.
a meno che non ti esca
dall'anima come un razzo,a meno che lo star fermo
non ti porti alla follia o
al suicidio o all'omicidio,
non farlo.
a meno che il sole dentro di te stia
bruciandoti le viscere,
non farlo.
quando sarà veramente il momento,
e se sei predestinato,
si farà da sé e continuerà
finché tu morirai o morirà in te.
non c'è altro modo.
e non c'è mai stato.

domenica 23 agosto 2009

Vale la pena

Da un paio di mesi, ormai, scrivo poco sul blog e quando lo faccio, inevitabilmente, è per parlare di Vale e di quanto mi manchi.
Oggi però metto da parte ogni ombra per raccontare la storia di due persone straordinarie che, molto più di me, sono state toccate dalla scomparsa di Valentina ma, grazie al sostegno reciproco e a una grande forza, stanno reagendo in modo esemplare.
Sebi è il papà di Vale, una persona meravigliosa, in grado di trasmettere energia positiva a chiunque gli stia affianco. Da lui Vale ha ereditato il sorriso, un sorriso contagioso e coinvolgente, capace di spazzar via ogni nube, anche nei momenti più tristi.
Al fianco di Sebi, da parecchi anni, c'è sua moglie Elena, una donna forte, carismatica e dolcissima allo stesso tempo, che per Vale è sempre stata un'amica e un modello da seguire.
Ebbene, queste due persone, per le quali Vale era il centro del mondo, che vivevano per vederla sorridere, non si sono date per vinte quando lei se n'è andata e anzichè chiudersi nel proprio dolore, hanno deciso di affrontarlo di petto e di fare qualcosa per cercare di dare un senso a una perdita così assurda.
Un'esperienza di volontariato in una casa famiglia in Argentina. La decisione è stata presa a qualche settimana da quella sera tremenda e, pochi giorni dopo, la temeraria coppia si è imbarcata sull'aereo che li ha condotti alla casa del Niño.
E' trascorso un mese dalla partenza e domani sarà il loro ultimo giorno in Argentina. Memore della mia esperienza di volontariato in Romania posso ben immaginare il loro stato d'animo all'idea di dover salutare, anche se solo temporaneamente, quei cuccioli in questo mese sono stati la loro famiglia.
In queste settimane li ho accompagnati nella loro avventura, grazie soprattutto al blog che hanno creato in occasione della partenza. Non mi dilungo troppo, il resto lo trovate qui. Aspetto con ansia il loro ritorno per farmi raccontare i dettagli del viaggio.
Sebi, Elena, se state leggendo queste poche righe (e sono certa di sì, visto che ormai siete diventati degli esperti blogger!) posso solo dirvi che quello che avete fatto è semplicemente straordinario e che la vostra Valli ne sarebbe orgogliosa.
E guarandovi mi viene da dire che, nonostante tutto, vale davvero la pena di reagire.

sabato 22 agosto 2009

Ricordi sparsi

Sono giorni buii questi. Giorni di riflessione e di pensieri fitti, giorni di studio intenso, malgrado la testa vada da tutt'altra parte e vorrei essere altrove.
Questi due mesi mi hanno aiutata ad elaborare la lontananza da Vale che però, nonostante tutto, mi manca ancora tantissimo. Penso molto a lei, in ogni momento della giornata, e a volte mi chiedo se non sarebbe meglio mettere un po' da parte il pensiero, lasciarlo sendimentare per qualche tempo, anzichè stuzzicarlo quotidianamente come una ferita che così, temo, si rimarginerà molto più lentamente di quanto potrebbe.
Ho incorniciato una sua fotografia. E' uno scatto di qualche anno fa che la ritrae mentre sorride all'obiettivo con quello sguardo a metà tra l'infantile e il malizioso, che faceva perdere la testa ai ragazzi. Qualche giorno fa Edoardo, vedendola, mi ha chiesto se non mi facessi meglio a metterla via insieme a tutto il resto. Ho risposto di no, perchè mi aiuta a razionalizzare quel che è successo quando la mente sfugge all'idea, quando, presa dalla foga di un momento, mi viene come istintivo afferrare il telefono e comporre il numero. Ma dura solo qualche istante, prima che una frustata di consapevolezza mi riporti con i piedi per terra.
Quella foto è l'unica cosa che riesco a guardare, il resto l'ho riposto in una scatola. E' incredibile quante tracce di sé fosse riuscita a lasciare. Oggetti banali, quotidiani, che negli anni si sono accumulati. Fotografie, biglietti, lettere, regali, cose prestate, cose dimenticate e mai restituite. Ho trovato trucchi per il viso, ciondoli, magliette e un quaderno di quelli a cui, quando eravamo adolescenti, affidavamo a turno i nostri pensieri. Ricordi soffici che la sua assenza ha tramutato in lame taglienti. Imbattersene quotidianamente, girando per casa, faceva troppo male. E allora ho riposto tutto lì, in quella scatola colma di ricordi, frivolezza adolescenziale, la prima cotta, momenti spensierati, piccole bugie raccontate per tornare a casa un po' più tardi, baci rubati, litigare e poi fare la pace, il primo tiro di sigaretta, imparare a truccarsi con la matita senza cavarsi un occhio e mille altre cose che potrei raccontare ma che, in fondo, sono speciali perchè le sapevamo solo io e lei.

domenica 2 agosto 2009

E' più di un mese che non scrivo. Il tempo si è fermato in questi giorni e la sensazione che ho è che nessuna delle cose che ero abituata a fare prima abbia più veramente senso. Mi sento trascinata, agisco un po' per inerzia, un po' per non fermarmi troppo a pensare.
Ci sono momenti nei quali resto immobile, aspettando che accada qualcosa.
Mi capita continuamente di pensare a quella sera maledetta. Ripenso a com'era lei, e a volte ho paura di dimenticare i tratti del suo volto, di scordarmi il suono della sua voce o il suo profumo. Cerco di concentrarmi sui ricordi, li rivivo nella mente per mantenerli nitidi. Ci sono volte in cui mi sorprendo a ricordarne una particolare espressione, la gestualità, un momento vissuto, dei ragionamenti fatti insieme. Ed è meraviglioso e terribile al contempo, come quelle ferite che quando le schiacci provi sollievo e piacere per un istante, ma poi bruciano ancora di più.
So che devo lasciarla andare, che devo permetterle di volare via e che devo dare a me stessa la possibilità di andare avanti. Ma ogni giorno mi dico: "Non adesso, non così presto. Tienila con te, solo ancora un po'".
Ho trascorso settimane intere a riempirmi la testa di mille domande alle quali non ho saputo dare risposta. Mi ero ripromessa di vivere un po' anche per lei, ma a volte mi riesce difficile farlo anche solo per me stessa. La morte è così. Codarda e beffarda. Arriva, prende ciò che vuole, e si dilegua, noncurante o forse divertita di ciò che lascia dietro di sè.

lunedì 29 giugno 2009

Tutto può succedere

“ Tutto può succedere”, sono state queste le ultime parole che ha scritto la nostra Vale, poche ore prima di andarsene e nemmeno poteva immaginare quanto fossero vere.
E di questo “tutto” che poteva succedere è accaduta la cosa più terribile, la più inaspettata, quella che il pensiero di noi ragazzi neanche prende in considerazione e che la mente di un genitore cerca di sfuggire ogni volta che l’idea la sfiora.
Il vuoto che ha lasciato non potrà certo essere colmato con le nostre parole, ma c’è una cosa che possiamo fare lo stesso ed è raccontare com’era lei.
Insieme abbiamo trascorso gli anni più spensierati, i più puri. Gli anni del liceo, quelli in cui i “problemi” hanno il volto di una delusione amorosa, di un brutto voto, del coprifuoco a mezzanotte anche se la festa è appena cominciata.
Problemi ridicoli, se li osserviamo ora ma che, a noi che li vivevamo, sembravano insormontabili.
Poi una sera squilla il telefono, parole confuse, parole assurde, lacrime, disperazione. E tutto cambia. Non saremo più gli stessi. Siamo cresciuti, il dolore ci sta temprando. C’è chi dice che quando si tocca così da vicino la morte, una morte così assurda e priva di giustificazioni, si perda la purezza dell’infanzia. Noi quella purezza l’abbiamo riposta un mercoledì sera di giugno, con la morte nel cuore e mille domande nella mente.
Domande a cui non c’è una risposta ma che sono necessarie per andare avanti.
L’unica cosa che possiamo fare, ora, è vivere intensamente, senza sprecare un solo istante. Vivere un po’ anche per lei insomma. Fare le cose che le piacevano, ridere, ballare, essere spensierati, ma anche studiare, impegnarsi per costruirsi una carriera, avere una famiglia.
Come per ogni cosa però, c’è anche il rovescio della medaglia. Per noi è stato scoprire quanto siamo uniti, anche nel dolore, quanto è forte il legame che ci tiene insieme. Abbiamo vissuto questi giorni come fratelli, piangendo l’uno sulla spalla dell’altro, stringendoci nel buio, incapaci di abbandonarci al sonno. Ci siamo tenuti la mano mentre guardavamo il corpo della nostra piccola. Per darci forza l’un l’altro. Per cercare di continuare a vivere.

venerdì 5 giugno 2009

Quel che resta di noi


Ho sempre avuto la passione per le fotografie. O meglio, più che la passione, l'ossessione.
Immortalare i momenti importanti della mia vita era per me un modo di fermare il tempo. Poter ritornare con lo sguardo agli istanti trascorsi mi dava l'illusione di riviverli e, forse, che in un certo senso non fossero mai finiti del tutto. Come se una parte di me fosse ancora lì, impressa su quella pellicola.
Non riuscivo a fare a meno di fotografare le cose che mi capitavano. Momenti belli, brutti, momenti felici o dolorosi che fossero. Finchè una persona un giorno mi ha detto: "Non ti accorgi che a furia di fotografare le cose, non le vivi veramente?"
Sono state quelle parole a farmi capire che, per l'ansia di non poter poi rivivere un momento attraverso le immagini che lo riproducevano, stavo rinunciando a vivere il momento stesso.
Ho capito che le cose importanti rimangono, a prescindere da quel che resta visibile agli occhi. A prescindere dalla fotografie, dai filmati, a prescindere dalle lettere scritte e dai biglietti. Rimangono nella mente di chi le ha vissute. E, forse, proprio il fatto che restino accessibili solamente a chi c'era in quel momento, a viverle, le rende tanto speciali.
Una fotografia la si può mostrare a chiunque, un pensiero, un ricordo, è solamente tuo e della persona con cui hai condiviso quell'istante.
Non ho più paura di vivere senza lasciare una traccia. So che anche tra cinquant'anni, chiudendo gli occhi, ricorderò dei profumi, dei gesti, degli sguardi. Ed è questo che conta. Le sensazioni.
Non esiste uno strumento che possa imprimere le emozioni nel tempo meglio della nostra mente. Non sono tanto le parole precise che sono state dette, né i colori esatti, né le date, ad essere importanti, quanto piuttosto le emozioni che quelle parole, quei gesti, quei colori, hanno lasciato dentro di noi.
Non bisogna avere paura di vivere. Mentre sono qui, a scrivere questo post, un po' di me è rimasta in tutti gli istanti importanti.
C'è una Maddalena che ride, una che ascolta una canzone e si immedesima nelle parole, una che si rifugia in un abbraccio, una che saluta con la mano guardando l'auto che si allontana fino a diventare un puntino, una che asciuga le lacrime sul viso di una persona amata.

mercoledì 6 maggio 2009

Nel paese dei balocchi

La questione culturale del corpo femminile e del suo utilizzo è un soggetto molto contemporaneo, non c’è quindi da stupirsi che abbia finito per irrompere anche al centro dello scontro politico, com’è avvenuto in questi ultimi giorni per la vicenda di Berlusconi e signora. La bellezza fisica non deve essere un’accusa, né una colpa, a patto che non venga utilizzata come utensile per mostrare esclusivamente l’apparenza. In questo il mezzo televisivo non aiuta certo a promuovere un’immagine della figura femminile valorizzante ma, al contrario, sembra voler fare di tutto per svalutarla. E la cosa più assurda è che le donne accettano di buon grado questo ruolo, contribuendo a rafforzare lo stereotipo della femmina “tutta forme, niente cervello”. E’ un gioco pericoloso, che rischia di risucchiare l’intero universo femminile in una spirale senza via d’uscita, riportando la donna all’antica condizione di sottomissione totale. Al servizio dell’uomo e del suo piacere personale. La televisione è uno strumento diabolico da questo punto di vista. Inculca modelli sbagliati che, inevitabilmente, vengono recepiti dalle menti facilmente influenzabili delle adolescenti. Adolescenti che poi crescono, e diventano le donne di questa società.
Qualche giorno fa ho scoperto per caso il documentario «Il corpo delle donne» di Lorella Zanardo e Marco Malfi Chindemi, che mi ha offerto l'occasione per riflettere ulteriormente sul tema.
Sin da bambine veniamo sottoposte a questa sorta di lavaggio del cervello, ci bombardano con immagini di perfezione fisica, alla quale non corrisponde, peraltro, nessun attributo mentale.
Le immagini televisive però, non sono solo immagini. Sono comunicazione, memoria, sapere, educazione. Sono lo specchio di quello che stiamo diventando.
Ho cercato di guardare dentro a quello specchio per capire chi siamo e magari riuscire a modificarci, se non ci piacciamo. Ho capito anche che gli specchi servono spesso a nascondere, oltre che a rivelare. La tv ha un potere incredibile. Pur parlando del reale, rappresentando il reale, riesce a dissimulare. La tv oggi ruba, deturpa, mina il paesaggio della coscienza di tutti. Ci toglie le radici e le fondamenta. Volti ricondotti a maschere della chirurgia estetica. Corpi gonfiati a dismisura come fenomeni da baraccone di un circo perenne, che ci rimandano ad un’idea di donna contraffatta. Irreale. Allora sono sicura che la televisione la si possa guardare, la si possa sopportare, ma solo pensando che è un grande circo.
Chi siamo? Cosa vogliamo? Come mai tutte le donne d’Italia non scendono in piazza a protestare per come veniamo rappresentate? Come mai milioni di donne sono disposte a sopportare uno spettacolo così umiliante ogni volta che cliccano sul telecomando?
I volti e i corpi delle donne reali sono stati occultati. Al loro posto la proposizione ossessiva, volgare, manipolata di bocche, cosce, seni. La rimozione e sostituzione con maschere e silicone. Figure grottesche che diventano le caricature di se stesse.Dove sono finite le qualità del femminile nelle immagini che oggi dominano? Belle e mute in tv? Sono queste le donne che piacciono agli uomini ( e alle donne) d’oggi??
Dopo anni di lotte e recriminazioni per eliminare dalla tv la valletta muta al fianco dei conduttori, ecco che sta tornando in auge la bella ma silenziosa dama d compagnia. Non riusciamo a scorgere in tv una natura peculiare dell’essere femminile, un’identità nuova, genuina, originale, a parte pochissimi casi in reti marginali o in orari di bassa audience. La presenza della donna in tv è una presenza di quantità, raramente di qualità. La donna proposta sembra accontentare e assecondare i presunti desideri dei maschili sotto ogni aspetto, abdicando completamente la possibilità di essere “l’altra”, in una contrapposizione paritaria con l’uomo. Ridotta e autoridottasi ad oggetto sessuale, impegnata in una gara contro il tempo, che la costringe a deformazioni mostruose, costretta a cornice muta o assunta al centro di trasmissioni inutili, dove mai è richiesta la competenza.
E’ come se la donna non riuscisse a guardarsi allo specchio, non accettando se stessa, il proprio corpo, così com’è. Essere autentici costituisce uno dei diritti fondamentali dell’uomo, ma richiede di saper conoscere i nostri desideri e i nostri desideri più profondi.
Credo che il vero problema delle donne sia quello di non essere più in grado di riconoscere i propri bisogni e, di conseguenza, com’è possibile essere autentiche?
Abbiamo introiettato il modello maschile così a lungo e così profondamente da non sapere più riconoscere cosa vogliamo veramente e cosa ci rende felici. Ci guardiamo l’un l’altra con occhi maschili. Guardiamo i nostri seni, le nostre bocche, le nostre rughe come pensiamo un uomo ci guarderebbe.
Il modello corrente di bellezza non ci rappresenta, ed è perlomeno strano che la pubblicità utilizzi immagini con riferimenti sessuali appetibili per i maschi, per attrarre però pubblico femminile. Così funziona il sistema, questi sono i nostri modelli di riferimento. Entrarne a far parte ti rende una donna forte, ti dà potere. Le donne emancipate devono proporsi pubblicamente e dichiaratamente come oggetto di desiderio. Sempre e comunque. In ogni situazione. Anche quando sono interpellate per la loro professionalità, anche quando sullo schermo ci sono donne adulte, preparate, che hanno delle cose da dire. Siccome però l’unico segno di desiderabilità che siamo in grado di riconoscere è un’esplicita allusione sessuale, abbiamo convertito tutta la nostra cultura all’estetica di uno strip-club. Ma se è vero che i corpi dicono sempre qualcosa di più della lingua di chi vorrebbe dominarli, cosa ci stanno dicendo questi corpi, i nostri corpi?